Qualcosa da Salvare: Nuova Via alla Pania della Croce | Versante Apuano
Qualcosa da salvare
Alla Falesia del Rifugio Rossi (Pania della Croce), Andrea Gelfi traccia e libera "Qualcosa da salvare": un nuovo monotiro su roccia grigia di altissima qualità. Un racconto di amichevoli scarpinate, tentativi ad alta intensità e un forte richiamo etico alla salvaguardia del patrimonio naturale delle Alpi Apuane.
Un monotiro di roccia verdoniana, giornate di condivisione e un messaggio chiaro: proteggere la bellezza selvaggia delle Alpi Apuane. Il racconto di Andrea Gelfi sulla Falesia del Rifugio Rossi.
Di Andrea Gelfi • Falesia del Rifugio Rossi, Pania della Croce • Report Arrampicata
Questa storia nasce da un mio girovagare per monti. Questa volta il luogo è la regina delle Apuane, la Pania della Croce. Mi trovavo in Pania un po' per caso e un po' per verificare di persona quello che si narra sulla falesia situata proprio su questa splendida montagna: una leggenda che racconta di roccia verdoniana e di frequentazioni illustri che, in tempi passati, hanno liberato i tiri più difficili di questa perla apuana.
Su consiglio di amici che prima di me avevano arrampicato alla falesia — e che mi parlarono nello specifico della leggendaria via chiamata "Bacco" — giunsi da solo ai piedi della parete. Il primo desiderio fu subito quello di provarla. Ma la cosa che mi colpì immediatamente, oltre all'ambiente selvaggio e incontaminato dalla piaga dell'estrattivismo, fu la reale, incredibile qualità verdoniana della roccia!
L'avvicinamento tra i sentieri delle Apuane verso la Pania della Croce e la Falesia del Rifugio Rossi.
Scendendo a valle passai dal vicino Rifugio Rossi per fare un saluto al gestore Simone, raccontandogli della "scoperta" di questa meravigliosa via. Nei giorni successivi non riuscivo proprio a togliermela dalla testa: l'unico pensiero era trovare qualcuno che avesse voglia di affrontare quella camminata per tornare in quel paradiso.
Ma si sa: la bella roccia è da tutti desiderata, ma la fatica dell'avvicinamento un po' meno! Così, chiamata dopo chiamata, ne parlavo quasi compulsivamente con i vari amici, tra cui Marco, che molto probabilmente è colui che aveva fatto la prima libera, ma che in quei giorni non poteva accompagnarmi. Avevo quasi esaurito la rubrica quando, inaspettatamente, incontrai Claudia Pacini che, incuriosita dal mio entusiasmo, accettò di venir su.
Dalla prima salita di "Bacco" alla nuova visione
L'indomani, dopo la bella camminata, eccoci ai piedi di Bacco, stavolta con scarpette, imbrago e compagna di cordata. Godendo della buona forma fisica e delle ottime condizioni, la tentazione di provarla a vista è troppo forte: parto, supero il passo duro, è fatta... Ma si sa, l'emozione gioca brutti scherzi e per un errore banale il piede scivola, ritrovandomi appeso alla corda. Non lo nego: qualche "preghierina" è stata fatta!
Mi faccio calare per concentrarmi sul secondo giro, ma qualcosa mi distrae, qualcosa ha già catturato il mio inconscio. Un po' a fatica faccio il vuoto e riparto: in poco tempo sono in catena, ho salito Bacco.
Qualità verdoniana e aderenza perfetta sulla roccia grigia.
Lo slancio verticale del magnifico muro grigio accanto a Bacco.
Calandomi e pulendo la via dai rinvii, capisco finalmente cosa mi aveva precedentemente distratto: la linea alla destra di Bacco. Un muro di roccia grigia perfetta, dove i miei occhi in maniera bulimica inseguivano a ritroso i seppur minuscoli appigli di una nuova chimera da domare.
Nemmeno mi tolgo le scarpette e propongo subito a Claudia di tornare su con trapano e spit per chiodare. Lei, un po' perplessa, mi riporta nel presente e mi propone una birra al rifugio per festeggiare la salita, liquidandomi con un affettuoso: "Vediamo, Andre, vediamo!".
La chiodatura e la nascita di "Qualcosa da salvare"
Dopo l'entusiasmo riparte l'ossessione: telefono, racconto, cerco di porre l'accento sulla bellezza della parete e non sulla camminata, ma il copione sembra ripetersi. Trovare entusiasti disponibili non è semplice, ma per fortuna sbuca un 'asso' dal cilindro: il fuoriclasse Emiliano Daniele Fontana.
Fiduciosi e carichi — letteralmente carichi di materiale — affrontiamo l'ora e mezza di camminata. Arrivati in falesia, dopo il consueto riscaldamento anche Daniele si porta a casa Bacco e, calandosi, rimane affascinato dalla purezza della linea a destra.
Concordi sul posizionamento delle protezioni, piazzata la corda fissa e con i rinvii all'imbragatura, iniziamo a mettere gli spit: uno dopo l'altro stiamo rendendo arrampicabile la nuova opera d'arte che madre natura ci ha regalato. Ma ancora una volta il sogno si interrompe: manca un solo spit causa esaurimento batterie del trapano! Lasciare quel run-out sarebbe stato eccessivo. Così, in un eterno déjà-vu, rientro a casa pensando a quando poter tornare per finire.
In azione sulla nuova linea: una sequenza continua su roccia grigia e compatta.
Ricomincia il solito schema: telefono, amici, santi amici! Riesco a trovare prima Marco, che si fa la scarpinata anche solo per piantare quel singolo spit mancante, poi Andrea, con cui inizio a provare la via. Per venirne a capo serviranno sei tentativi diluiti in diversi densissimi giorni, nei quali abbiamo persino aperto altri tre itinerari. Il giorno della libera finale ad accompagnarmi c'erano i "massesi" Marco e Gianni.
Un messaggio per le Alpi Apuane
"Al di là dei personali viaggi, consapevole del contributo sportivo di modesta portata, queste esperienze sono per me intrinsecamente legate alle persone, ai luoghi in cui si svolgono e al piacere della condivisione: perché come io sono stato ispirato da una leggenda, così altri potrebbero essere ispirati da un racconto."
Nasce così Qualcosa da salvare: il nome di questa via rappresenta la volontà di preservare la bellezza e la tutela delle Alpi Apuane, per garantire alle generazioni future il diritto di godere di altrettanto.
Un doveroso ringraziamento a:
E9, Boreal, il rifugista Simone (Rifugio Rossi), Claudia P., Marco P., Daniele, Andrea P., Marco e Gianni (i massesi), Apuane Libere, Edoardo, Michael V. e il cane Aronte.
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